In Diario on
1 May 2007 with no comments
E’ capitato in questi giorni. Un articolo su un blog. Un argomento scomodo per il paese in cui si risiede. La paura di ritorsioni. Il presentimento di essere inopportuni. Siamo alla frontiera dell’occidente, le nostre fabbriche arrivano in quel posto per sfruttarne la manodopera e le scarse leggi che la difendono. Siamo ai confini dell’espansione della democrazia occidentale. Il tutto visto da qui, dalla montagna, sembra lontano. Ma i movimenti di confine si propagano con incredibile velocità verso il centro del continente europeo. Su quel blog nasce una interessante discussione sul primo olocausto del XX secolo, il primo esempio dell’epoca moderna di sistematica soppressione di una minoranza etnico-religiosa, ad opera dei turchi nei confronti del popolo armeno residente in Anatolia e nel resto dell’Impero Ottomano.
La storia non è lineare, difficile definire cause e dinamiche. Non è mio intento sottolineare la contrapposizione tra le due religioni monoteiste per condannarne una e giustificarne l’altra. Non è neanche mio intento qui discutere sui motivi della attuale guerra tra occidente e islam e le sue sfaccettature in un mondo in violenta trasformazione.
Ma il fatto è che su quel blog, ospitato da una delle testate giornalistiche più importanti d’Italia, e redatto da persone che lavorano per aziende molto vicine a quella testata, i commenti più caldi rispetto al genocidio armeno hanno cominciato a scomparire, è cominciata un opera di autocensura fino ad arrivare alla totale eliminazione dell’articolo stesso.
Autocensura. Perché?
L’articolo 391 del codice penale turco prevede per chi ricorda in pubblico il genocidio armeno il reato di «insulto all’identità turca». Per questo Hrant Dink fu arrestato e processato. E poi successivamente ucciso da un nazionlista turco nel gennaio 2007. [Turchia, ucciso lo scrittore Hrant Dink si batteva per i diritti delle minoranze]
Allora è la paura di essere perseguitati, in un paese che noi europei vorremmo democratico, che ha prodotto le azioni di autocensura. La Turchia è un nostro fronte di guerra, l’Unione Europa sta combattendo per la conquista di un territorio che crede fondamentale per le sue strategie imperialiste. Gli echi delle manifestazioni di piazza per una Turchia laica capace di integrarsi nell’Unione vengono amplificati come battaglie vinte. Gli uomini sul quel fronte, mandati dalle nostre aziende a portare sviluppo e democrazia, non possono che assoggetarsi a queste paure. La paura comincia prendere i suoi contorni, il suo motivo di esistere: ci fa sentire liberi ma minacciati, informati ma capaci di autocensura. Risultato: libertà annichilita.
“Se si cagano, pagano. La paura è l’anima del commercio.”
L’Imperatore Mohock - Londra - 1775
In Notizie dall'Impero on
28 April 2007 with no comments
A Tallinn un manifestante russo viene ucciso dalla polizia estone. La minoranza russa si batte contro il razzismo e l’esclusione. Contemporaneamente un elicottero militare russo è abbattuto dalla resistenza cecena che si batte contro il razzismo aggressivo putiniano.
Diciotto morti.
Putin minaccia di rompere i rapporti che hanno reso possibile una pacificazione dei rapporti con l’occidente.
La guerra fredda è ormai ritornata, mentre sullo sfondo la guerra mediorientale si complica e precipita verso la tragedia.
La Russia neo-zarista è ormai uno degli attori principali del dramma che potremmo intitolare “la prossima disfatta dell’occidente“.
I giornalisti critici vengono eliminati uno dopo l’altro. L’opposizione politica viene aggredita e dispersa. Quotidianamente nelle strade delle città russe vengono aggrediti gli stranieri, quelli che hanno la pelle un po’ più scura.
Bifo
da Rekombinant
In Lettere dal Fronte on
27 April 2007 with no comments
Far disegnare un bambino ci appare come uno dei metodi più significativi di cui possiamo disporre per avvicinarci all’anima infantile.
Senza dubbio, essendo la nostra conoscenza quello che è, restano in noi molti segreti inaccessibili, ma è proprio in essi che risiedono l’originalità e la libertà di ognuno.
Non è male che questa originalità e questa libertà si manifestino per tempo: esistono nella vita del bambino tante occasioni per inaridirle ( Y. Pappas, Lo sviluppo psicomotorio).
La vedo dietro il vetro della finestra, ecco la più piccola allieva di tutta la scuola che comincia la giornata. Disegna.
Nel disegno infantile si comincia tracciando qualche segno piuttosto incerto, un movimento ritmico del braccio, compare così una traccia sul foglio: lo scarabocchio. Poi una progressione evolutiva che parte dagli scarabocchi di base ed approda ad una costruzione primordiale della figura, passando attraverso una serie di forme sempre più complesse, quali linee, intrecci, combinazioni e aggregati, entrando così nel disegno rappresentativo.
Affinchè emerga quest’ultimo è essenziale che il bambino acquisisca l’idea che qualcosa stia per qualcos’altro, per esempio che una linea possa raffigurare un braccio.
L’emergere del disegno rappresentativo può essere casuale, graduale, immediato, intuitivo comunque spontaneo; risulta pertanto difficile stabilire il confine tra scarabocchio e disegno rappresentativo.
Ma oggi, il disegno dell’allieva segue un contorno già deciso. Anche i colori sono già decisi: azzurro e bianco.
Il disegno “confezionato” è solo un gioco per ricordare una ricorrenza importante tra le festività religiose di una scuola confessionale ebraica: l’anniversario dell’Indipendenza di Israele.
Una festa “nazionale”? Una festa “religiosa”?
Riporto alcuni passi di Scialom Bahbout (http://www.morasha.it/zehut/sb10_yomhaatzmaut.html):
Ma Yom Ha’atzmaùt è una festa “nazionale” o “religiosa”?
Anche se questi ultimi due aggettivi danno una descrizione limitata e una visione riduttiva dell’esperienza ebraica, non si può negare che nel mondo moderno, e in quello occidentale in particolare in cui la “fede” nazionale è così labile, festeggiare, e per di più “religiosamente”, una festa “nazionale” di un altro Stato è una contraddizione.
Nonostante siano trascorsi cinquant’anni, il processo di accettazione di Yom Ha’atzmaùt non è ancora ultimato, anzi in certi ambienti “ortodossi” esso non è mai iniziato.
Per capire appieno l’importanza di questa festa dobbiamo però fare ancora un passo. La vita ebraica si è svolta tra due poli: quello della Diaspora (Golà = ghìmel, vav, làmed, he) e quello della Redenzione (Gheullà = ghìmel, àlef, vav, làmed, he).
La differenza tra le due parole sta solo nell’aggiunta di una àlef.
La àlef è anche quella lettera che ha trasformato le ‘Atzamòt (le ossa secche della visione di Ezechiele), in ‘Atzmaùt”. Quando “la speranza era persa” (avdà tkvatenu) - così dicevano le ossa secche di Ezechiele - lo Spirito ha soffiato nelle ossa e queste ossa sono tornate a rivivere.
Un processo che necessita ancora di molta strada, perché secondo la definizione che noi troviamo nella preghiera per “la pace dello Stato”, Yom ‘Atzmaùt è “l’inizio della fioritura della nostra redenzione”.
Così fin dall’inizio della fondazione Yom Ha’atzmaùt ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento “laico” da quello “religioso”. La partecipazione degli ebrei della Diaspora non può essere ricondotta alla volontà di esprimere uno spirito nazionalistico di mera identificazione con lo Stato d’Israele, ma un momento di sintesi religiosa, che come tale, viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio anche dai “laici”. Yom ‘Ha’atzmaùt rappresenta dunque un punto di incontro del destino del popolo ebraico, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e il “tempo delle lacrime” “il tempo delle risa”.
Infine, interessante da wikipedia:
Durante la seconda guerra del Libano, nell’agosto 2006, il primo ministro israeliano, Olmert, ha tuttavia affermato di ritenere che tale guerra fosse combattuta, non solo da tutti gli israeliani, ma da tutti gli ebrei. Non mancano però gli ebrei e le organizzazioni ebraiche che definiscono una tale frase, così come le espressioni che offuscano la distinzione fra sionisti ed ebrei, estremamente pericolosa per gli ebrei medesimi (http://www.jfjfp.org/ejjp/EUMC.htm).
In Storie on
10 April 2007 with no comments
Sono arrivato da pochi giorni ad Amman. Ho trovato alloggio in un albergo centrale in modo da ridurre i tempi di trasporto nel sbrigare le prime faccende. L’albergo è un 3 stelle, si chiama Darotel Hotel, possiede un’area comune con rete wifi dalla quale sto scrivendo, in questo modo posso evitare di frequentare i numerosi Internet Point della città. Preferisco non dare nell’occhio. Non so ancora quello che dovrò fare.
Appeno ho deciso di partire per Baghdad mi sono chiesto come avrei potuto arrivarci rimanendo il più libero possibile. La risposta è stata: “sarò un procacciatore di affari”. Chi è più libero di un commerciante in un paese appena liberato alle regole del mercato?
Così, munito di partita IVA, mi sono presentato alla camera di commercio in Italia, ho preso un elenco di operatori in Iraq, mi sono presentato ad alcuni di loro come procuratore di affari, ho costruito un pacchetto di possibili commesse e qualche contatto con lettera di presentazione di alcune aziende con intenzione di lavorare alla ricostruzione dell’Iraq, ed ottenuto la prenotazione al meeting sulla ricostruzione per l’Iraq del maggio 2007.
Dovrò lavorare per riportare dei contatti in Italia utili alle aziende che mi stanno sponsorizzando. I contatti che mi hanno permesso di arrivare fin qui sono dovuti soprattutto i miei impegni precedenti nel campo dell’automotive. Adesso devo poter incontrare il mio unico contatto qui in Giordania per capire come muovermi.
In Notizie dall'Impero on
28 March 2007 with no comments
Zarghona ha 25 anni, ma ne dimostra almeno il doppio. Viene dal piccolo villaggio di Malgir, a nord di Lashkargah. Ha il viso completamente fasciato, la mascella fracassata da una pallottola. La stessa pallottola che, prima di entrare nella sua guancia, è entrata e uscita dalla testa del suo bambino di un anno e mezzo, uccidendolo. Parla con un filo di
voce, fissando le lenzuola: “Prima hanno iniziato a sparare, poi sono iniziate a cadere le bombe. Tutte le donne del villaggio, come me, sono uscite di casa, fuggendo con i bambini in braccio. Io correvo tenevo mio
figlio stretto a me, poi i soldati afgani ci hanno sparato. La stessa pallottola…”. Il pianto interrompe il bisbiglio della donna, che si copre il volto per non farsi vedere.
Zadran ha 16 anni. Viene dal villaggio di Loi Manda, nei pressi di Grishk. Gli hanno tolto dalla gamba cinque proiettili. “E’ iniziata una sparatoria, poi gli inglesi, dal deserto, hanno iniziato a prendere a cannonate il villaggio. Sono corso fuori di casa, volevo scappare. I soldati afgani mi hanno sparato con i mitra, colpendomi alla gamba. In
questo modo sono morte, nel mio villaggio, almeno quattro persone, tra cui due bambini e due uomini: questi due sono stati giustiziati dai militari governativi dopo essere stati arrestati senza alcun motivo. Li conoscevo, non erano talebani. Quelli se ne erano già andati”.
Rokhana, 32 anni, sempre di Loi Manda, conferma il racconto del ragazzino. Anche lei è ferita a una gamba, che nasconde sotto le coperte per pudore. Per lo stesso motivo si copre anche il volto con le lenzuola
mente parla. “Fuori di casa la guerra si è scatenata d’improvviso. Mi sono precipitata in cortile per portare dentro i miei figli. Appena ho varcato la soglia mi hanno sparato. Hanno sparato anche a mio figlio
Askar, ferendolo a un braccio. Due degli altri bambini con cui stava giocando sono morti. Erano i soldati del governo a sparare contro la gente normale, quando i talebani erano già scappati dal villaggio”.
Mirwais ha 12 anni, viene dal villaggio di Choar Kuza, sempre vicino a Grishk. Giace sdraiato su un fianco, immobile, e resterà così per tutta la vita. La scheggia di un proiettile di mortaio che ha centrato la sua casa gli è entrata nel collo, ledendogli la colonna vertebrale e condannandolo così alla tetraplegia. A parlare è suo padre Zalmay, occhi tristi, pelle scura e rugosa, barba sale e pepe e turbante nero. “Gli inglesi sparavano sul nostro villaggio con i cannoni, da lontano, i
soldati afgani sparavano con i fucili, da vicino. Un colpo, forse di mortaio, è caduto fuori dalla nostra casa, uccidendo tutte le nostre bestie e ferendo mio figlio al collo e mia moglie alla gamba. Siamo stati fortunati: un altro colpo è caduto sulla casa dei nostri vicini, radendola al suolo e uccidendo due persone”.
Khan Gul di anni ne ha 13. Viene da Dehe Adam Khan, appena fuori Grishk. Una scheggia di bomba aerea gli ha fracassato la gamba, ma con le stampelle è riuscito a trascinarsi fino alla corsia delle donne, dov’è ricoverata sua madre, Zibagul Jan, di 35 anni, che non parla più. Vuole tenerle compagnia. Nessun familiare è venuto a far loro visita, perché
sono tutti morti sotto le macerie della loro casa, bombardata dall’aviazione Nato. “Eravamo in casa, era sera tardi. Fuori sparavano, c’erano i talebani nel nostro villaggio. A un certo punto è scoppiato tutto. Mio papà e i miei due fratelli sono morti. Io, la mamma, le mie sorelle e i nonni siamo rimasti feriti”.
Sarwar ha 30 anni. E’ di Lashkargah e fa il tassista: possiede, anzi possedeva, un pulmino con cui trasportava la gente dal capoluogo a Grishk, ogni giorno, avanti e indietro. “Stavo guidando verso Grishk con quattro passeggeri. Ho incrociato un blindato Isaf, inglese o americano, non so. Ho avuto paura e non mi sono fermato. Ci hanno sparato addosso con i mitragliatori. Io sono stato colpito allo stomaco. Due dei passeggeri, due uomini, sono morti. Il mio pulmino, la mia unica ricchezza, è andato distrutto, ridotto a un colabrodo”.
Sadikha ha 22 anni. Viene dal villaggio di Zumbelay, a est di Grishk. La sua triste storia la conosciamo già: una bomba della Nato ha centrato e distrutto la sua casa. Una scheggia le è entrata in pancia, uccidendo il bambino di cinque mesi di cui era incinta. La incontriamo nel reparto di terapia intensiva, nascosta dietro una tenda. Sta seduta sul bordo del
letto, nonostante sia fasciata dalla testa ai piedi. Fissa il vuoto e bisbiglia parole senza senso attraverso la maschera a ossigeno. Forse racconta la storia di questa guerra schifosa.
Bollettino medico dall’ospedale di Emergency a Lashkargah
di Enrico Piovesana [www.peacereporter.net]